Spiritualità – 5 marzo 2016

Spiritualità – 5 marzo 2016

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Che cos’è la spiritualità? Nel dizionario la spiritualità è definita come “Sensibilità o adesione profonda ai valori spirituali”. Quindi ai valori che sono collegati allo spirito, inteso come “Principio immateriale e immortale, contrapposto al corpo e alla materia, che anima la vita intellettiva e psicologica a livello individuale e anche, secondo alcune filosofie, universale”.

Il termine spirito nella sua più antica accezione è un termine che deriva dal greco e significa «soffio», «aria», o «respiro». Nelle spiritualità intesa come fede, diventa quindi il “soffio” con cui Dio diede origine alla vita, quel soffio divino presente in ogni creatura sulla terra. La spiritualità quindi è coltivare e aderire a questa idea che tutto ciò che è vita trascende dalla materia ed è qualcosa di molto più grande e sconosciuto, percepibile solo aprendo il cuore e non la mente.

Facile a questo punto il collegamento con il concetto di fede, come unica possibilità di aggancio a questo soffio divino. Ma fede non significa necessariamente religione, fede significa fiducia nell’idea che non esiste solo un mondo materiale ma esiste altro, più alto, immenso.

Scrive il sufi Hazrat Inayat Khan “La vera spiritualità non consiste in una fede o in una credenza fisse, ma nel nobilitare l’anima nostra, sollevandoci al di sopra delle barriere della vita materiale.”

Anthony de Mello (padre gesuita e psicoterapeuta diventato famoso per i suoi libri sulla spiritualità) afferma che ogni cammino che conduce a Dio deve essere un cammino che conduce al silenzio: “Se un giorno volete arrivare all’unione con Dio, dovete iniziare con il silenzio”. Gesù andò nel deserto per pregare, per trovare se stesso. “Fare il deserto” significa eliminare pensieri, condizionamenti, emozioni e rimanere in un totale silenzio interiore per entrare a contatto con la nostra parte più divina.

Una spiritualità vera e profonda non può prescindere da un percorso di consapevolezza di se. Non si può raggiungere ciò che è fuori di noi se non iniziamo da ciò che è dentro di noi. Per raggiungere l’amore nel senso più spirituale dobbiamo avere contatto l’amore per noi, per i nostri limiti, per quello che siamo. Una spiritualità vera non passa attraverso una religione che ci mostra la nostra piccolezza e la nostra dipendenza da Dio, ma attraverso un messaggio di amore verso ciò che siamo, piccolo riflesso di un amore molto più grande.

La spiritualità è un viaggio verso l’amore con l’A maiuscola, attraverso l’amore per noi. Da bambini, condizionati dal bisogno di amore abbiamo cercato di diventare ciò che non siamo, anestetizzando le nostre emozioni, cercando di aderire all’immagine necessaria per sentirci visti e riconosciuti. L’amore che abbiamo imparato non è mai completo quindi perchè manca sempre di una parte che abbiamo dovuto sopprimere. Il viaggio alla ricerca delle parti perdute può essere visto come il viaggio spirituale che ci porta davvero a sentirci completi e felici.

Secondo Claudio Naranjo (psichiatra e psicoterapeuta, nato a Valparaiso (Cile) nel 1932), “la felicità viene dalla realizzazione spirituale che è incontrarsi, incontrare la mente profonda, quello che alcuni chiamano Dio o che altri chiamano la buddhità, non importano le parole, esiste un livello di verità profonda che credo sia lo scopo della vita e che sia l’unica base della felicità piena. La felicità piena direi che è un po’ paradossale perché non è tanto stridente come la felicità che conosciamo prima di avere la capacità di metterci in contatto diretto con noi stessi, è come se fosse meno rumorosa, più invisibile, più legata alla soddisfazione …non so dirlo, solo la musica riesce ad esprimere i vissuti, non le parole……

Io credo che tutti abbiamo una missione comune ed è quella di realizzare il nostro potenziale, di diventare ciò che siamo, perché si nasce in un mondo malato, in un mondo alienato, un mondo disumanizzante, quando si entra nel mondo ci si perde a se stessi, dunque il progetto esistenziale comune sarebbe re-incontrarsi e crescere, crescere e fruttificare, perché la maggioranza delle persone vive una vita allo stato larvale, non arriva alla vera maturità dell’essere, come se la cultura impedisca che le persone vadano troppo al di là della condizione della maggioranza, che non è una condizione di maturità emozionale. Per esempio la maggioranza delle persone non arriva all’amore, alla felicità che sarebbe intrinseca alla natura umana, come se fosse vorace di superficialità e senza la possibilità di potersi sentire piena.

…..Dunque trovarsi e incontrare il proprio frutto. La vita di ognuno è come un albero che dà un particolare frutto.

..Per la maggior parte delle persone la vita è un processo di espansione orizzontale, come fosse un albero che non cresce verticalmente. La vita non è solamente vivere di più, la vita è anche più che vivere, è intrinseco alla vita un movimento verticale di trascendenza, in questo senso completo della vita come evoluzione, di crescita, al di là dei suoi limiti, in questo senso credo si possa dire che il senso della vita è vivere”.

Siamo come alberi, piccoli semi che entrati nella terra, iniziano a germogliare e lentamente a crescere, spingendo i propri germogli verso l’alto, attirati dal sole che splende, fino a dare i frutti per cui sono nati: in questa metafora c’è il senso della vita e della spiritualità!