La magia della morte-25 febbraio 2017

La magia della morte-25 febbraio 2017

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Testo tratto dal capitolo 10 del libro ANGELI ED ALBERI:COLLOQUI CON IL DIVINO di Silvia Gnudi

Infatti, cittadini, aver paura della morte non è nient’altro che sembrare sapiente senza esserlo, cioè credere di sapere quello che non si sa.

Perché nessuno sa se per l’uomo la morte non sia per caso il più grande dei beni, eppure la temono come se sapessero bene che è il più grande dei mali. E credere di sapere quello che non si sa non è veramente

la più vergognosa forma di ignoranza?”

Socrate

Un giorno mi sono fermata vicino ad un tronco caduto a terra, apparentemente morto perché sradicato.

Mi sono appoggiata a lui ed ho sentito questo messaggio, come se mi avesse letto nella mente:

“…io non sono morto, non vedi quanta vita c’è attorno a me, il verde che mi circonda, il muschio sul mio tronco, i licheni, gli insetti, gli uccelli… non sono morto, sono diverso. Sono morto se non sono più utile a niente e a nessuno.

Forse la lezione più importante che potete imparare da noi è questa: la morte, intesa come la cosa terribile e peggiore che avete in mente voi, per noi non esiste.

Sono passaggi, trasformazioni, condizioni diverse dell’esistenza, ma non per questo meno ricche o belle. Questo è il flusso della vita.

C’è un’immensità, un senso di infinito in queste trasformazioni e, se voi poteste coglierne anche solo una minima parte, la vostra esistenza sarebbe così ricca e felice!

Voi temete tanto l’età in cui si diventa vecchi, ma non vi rendete conto che anche quella è una ricchezza.

C’è una ricchezza che deriva dall’esperienza, che consiste nel sapere gustare cose sottili che dovete conservare dentro di voi ed amplificare.

Questa è la differenza tra noi e voi: noi conosciamo bene questi passaggi ed esistiamo in ognuno di essi al nostro meglio, voi non vi ricordate più come si fa.

La vita è questo movimento continuo: se non lo comprendete davvero siete già morti ancora prima di vivere.

Goditi la tua vita, impara ad ascoltarti, a definire i tuoi momenti, le tue sensazioni, i tuoi stati d’animo, quando ti senti fragile vai dentro alla tua fragilità.

Impara a prenderti cura di te ed a gustare ogni passaggio della tua esistenza, perché sono mondi inesplorati”.

Grandi maestri gli Alberi!

Il concetto della morte è un argomento che, in generale, viene evitato.

Non si parla di morte con i bambini e, quando qualcuno a loro vicino muore, si dice che “è volato in cielo” e che “lo guarda da lassù”.

Nella società contadina del passato, quando moriva qualcuno in famiglia veniva lasciato nel letto, nella sua camera per permettere a tutti di dargli l’ultimo saluto. E anche i bambini partecipavano ai discorsi e ai preparativi per onorare il defunto. Questo li preparava gradualmente al concetto di morte e all’idea che la morte è parte della vita.

Oggi, invece, si tende a tenere lontano i bambini, raccontando loro pietose bugie che renderanno sempre più difficile il rapporto con la morte nella vita adulta.

In generale, non ci poniamo domande sulla morte, ci accontentiamo di sapere che, prima o poi, dovremmo affrontarla, ma evitiamo di pensarci.

Si teme soprattutto ciò che non si conosce ed il non interrogarsi sulla morte, sul suo significato, sul dopo non fa che accrescere il timore per quel momento e ci fa vivere male gli anni che ci avvicinano a quel traguardo.

Un libro veramente bello sul tema della morte è quello scritto da Elisabeth Kübler-Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004), psichiatra svizzera, fondatrice della psicotanatologia, cioè sostegno psicologico davanti alla morte sia per i pazienti terminali che per i loro parenti, dal titolo “La morte e il morire”, pubblicato nel 1969.

In questo libro la dottoressa racconta il lungo lavoro di accompagnamento da lei svolto con persone morenti o con persone che avevano avuto un’esperienza pre-morte.

I pazienti da lei avvicinati erano di tutte le età e con loro, in modo semplice e diretto, ha affrontato il tema della morte.

Sulla morte scrive:

Guardando indietro nel tempo e studiando le civiltà e i popoli antichi, abbiamo l’impressione che la morte sia sempre stata ripugnante per l’uomo e probabilmente lo sarà sempre.

Da un punto di vista psichiatrico, ciò è molto comprensibile e può forse essere meglio spiegato dalla nostra idea fondamentale che, nel nostro inconscio, la morte non è mai possibile per noi stessi.

Per il nostro inconscio è inconcepibile immaginare una fine reale della nostra vita qui sulla terra, e, se questa nostra vita deve finire, la fine è sempre attribuita a un intervento maligno esterno, per opera di qualcun altro.

In parole semplici, nel nostro inconscio noi possiamo solo essere uccisi; è inconcepibile morire di una causa naturale o di vecchiaia. Perciò la morte in se stessa è collegata con un atto cattivo, un avvenimento spaventoso, qualcosa che in sé reclama vendetta e punizione.

La morte è ancora un avvenimento spaventoso, terribile; la paura della morte è una paura universale, anche se crediamo di averla dominata a molti livelli.

Più avanziamo nella scienza, più sembriamo temere e rifiutare la realtà della morte. Com’è possibile?

Usiamo degli eufemismi, facciamo in modo che i morti sembrino persone che dormano; mandiamo via i bambini per proteggerli dall’ansia e dall’agitazione che ci sono in casa, se il malato è abbastanza fortunato da morire a casa; non permettiamo che i bambini vadano a trovare i loro genitori moribondi all’ospedale, facciamo lunghe e controverse discussioni per sapere se ai malati si dovrebbe dire la verità, problema che sorge raramente quando il morente è assistito dal medico di famiglia che lo conosce fin dalla nascita e sa i punti deboli e le risorse di ogni membro della famiglia.

Penso che siano molte le ragioni per cui evitiamo di affrontare la morte con calma.

Uno dei fatti più importanti è che oggi morire è per molti aspetti più spaventoso, cioè più solitario, più meccanico, più disumanizzato”.

Le innumerevoli ore trascorse accanto ai pazienti in stadio terminale hanno consentito alla dottoressa Kubler Ross di convincersi del fatto che la morte non sia la fine di tutto.

L’esperienza di contatto con i morenti le hanno insegnato che la morte in realtà non esiste, “è un passaggio ad un altro stato di coscienza, in cui si continua a crescere psichicamente e spiritualmente.

Per tanti secoli si è cercato di convincere la gente a credere alle cose ultraterrene.

Per me non è più questione di credere, ma di sapere: la morte è soltanto il passaggio ad una casa più bella!”.

La morte è passaggio per un’altra dimensione.

Entrare nella vita è per l’Anima la possibilità di entrare nell’amore in modo esperienziale: come si conquista, come si conserva, come si crea amore con gli altri, con la natura, con la propria essenza.

Nella condizione di anima, siamo immersi nell’amore di Dio o di quell’essere infinito che ci ha creati. È come respirare ossigeno sulla terra, non dobbiamo crearlo e non ci costa fatica farlo perché è un atto naturale che fa parte dell’esistenza stessa.

Solo entrando nella vita, solo incarnandoci, possiamo fare l’esperienza dell’amore ed evolvere grazie ad esso.

La vita e la morte sono solo le due dimensioni della vita dell’Anima.

Scrive Rudolf Steiner:

Morire in realtà è solamente uscire dalla coscienza del corpo fisico. Nella morte l’uomo si strappa fuori dalla Terra. Quando siamo passati attraverso le porte della morte, la nostra sapienza continua, la vita continua, diventiamo più capaci…

Escludere il sapere sui mondi spirituali durante la vita sulla Terra vuol dire rendersi cieco nel senso animico-spirituale per la propria vita dopo la morte.

Essere consapevoli della morte ci fa comprendere che essa è una meravigliosa maestra di forza che all’anima aperta mostra che vi è un mondo spirituale, un risorgere dello Spirito parallelo al completo cancellarsi di quanto è fisico. In tale comprensione l’anima avanza e cresce a poco a poco.

Chi ha compreso che cosa sia la morte non la teme più.

La morte è la cosa più sublime, l’avvenimento più possente del nostro essere qui sulla Terra e là nel mondo spirituale. Se le anime che sono ancora sulla Terra e che hanno accolto in sé rappresentazioni sopra i mondi soprasensibili, se queste anime, prima della morte, hanno diffuso amore possono farlo anche dopo la morte”.

È importante avvicinarsi alla morte, cercare di comprenderla ed integrarla alla vita.

Solo questo può rendere la nostra anima libera di evolvere.

In un colloquio con il mio Angelo sulla morte, lui è stato molto chiaro rispetto a questo:

È importante non temere la morte, è importante conoscerla. In fondo, è più facile la morte che la vita, è più breve il passaggio e meno doloroso della vita.

La non conoscenza dell’altra dimensione rende difficile la vita.

La non conoscenza è un modo per avere nella vita paura, temere e lasciarsi condizionare da chi finge di saperne di più.

Ma la vita ha un senso solo in funzione dell’altra dimensione di vita.

La vita del corpo fisico e quella dell’Anima sono due fasi dello spirito. Non potete viverne bene una senza avere consapevolezza dell’altra.

È importante questo, molto importante.

Del resto, filosofi, poeti, uomini spirituali, sacerdoti hanno tutti indagato il senso di questa vita rispetto all’altra.

E molti sono arrivati alla stessa convinzione: esiste un’altra dimensione dove si diventa consapevoli degli errori commessi in vita per evolvere. La differenza è se mai sul come questo sia possibile. In fondo l’uomo spesso crede in ciò che gli conviene.

È tutto molto più semplice di quello che credi. La natura, la vita e la morte, si basano su semplici leggi, ma l’uomo perde il contatto con tutto questo perché vuole avere il controllo su tutto.

Se invece ti affidi a queste semplici leggi, tutto scorre più facilmente.

E sono solo due le norme che regolano tutto: amore e rispetto.

«Amore» vuol dire condivisione, compassione, alleanza; «rispetto» vuol dire non invasione, limite, spazio personale, spazio dell’altro e conservazione – ho chiesto in che senso conservazione, la risposta è stata: rispetto per il proprio corpo .

Concetti che l’uomo conosce ma che applica solo e in misura ai propri bisogni e questo è male. Insegna a fare questo, insegna questi leggi e a viverle tutte insieme nelle loro più sottili sfumature e sarà tutto più semplice.

Insegna a viverle in tutto il ciclo della vita, che comprende sia la vita che la morte stessa, perché la morte è solo un passaggio, una trasformazione di stato evolutivo, non è la fine ma l’inizio di un’altra fase ed occorre avere amore e rispetto per essa”.

Il ciclo della vita è, pertanto, semplicemente un passaggio di condizioni, di stati dell’anima e dovrebbe essere vissuto secondo le leggi dell’amore e del rispetto, e questo vale su questa terra per tutti gli esseri che la abitano, dall’Albero all’essere umano.

Viviamo al nostro meglio, viviamo non desiderando di essere diversi, ma desiderando di essere migliori.

Vivere è allenarsi. Allenandoci, ci prepariamo per affrontare tutto quello da cui siamo attesi. A quel punto, la vita e la morte perdono ogni significato: esistono solo le sfide che accogliamo con gioia e superiamo con serenità”.
Paulo Coelho